Quando il silenzio fa paura: appunti di psicologia dal treno

Quando le ore di viaggio diventano un piccolo laboratorio psicologico.
Parigi–Torino, una scena apparentemente banale si trasforma in una piccola osservazione di psicologia quotidiana. Una signora elegante, curata nel vestire e telefono sempre all’orecchio, parla senza interruzione. Non comunica: riempie.

Riempie lo spazio, il tempo, il vuoto.

Quando tre signori anziani salgono e prendono posto nel sallottino dei quattro posti con il tavolino al centro,  lei chiede se può restare. Il suo posto sarebbe altrove, ma viene educatamente accolta  con cortesia.

Dopo pochi minuti, è evidente che quella concessione è stata un errore: la conversazione telefonica continua, invasiva, impermeabile a ogni segnale sociale. Gli altri si chiudono nel silenzio, qualcuno indossa le cuffie come atto di autodifesa.

Il contenuto delle telefonate è frammentario e ripetitivo: Londra, Parigi, Milano, la Scala, viaggi di lavoro, Tunisi, Marrakech. Dettagli lanciati nell’aria più che condivisi. Nulla riesce ad interrompere il flusso verbale. Parlare sembra più necessario che ascoltare se stessa. Ore ed ore a riempire il vagone, nessuno interviene. Poi, improvvisamente, il miracolo: tre minuti di silenzio.

Dieci. Il vagone respira.

È in quel vuoto che diventa chiaro il punto centrale: non si trattava di comunicare qualcosa a qualcuno. Si trattava di non restare sola con sé stessa.

Dal punto di vista psicologico, questo comportamento racconta una difficoltà sempre più diffusa: l’incapacità di tollerare il silenzio interno. Il telefono diventa un oggetto transizionale permanente, uno scudo contro il contatto con i propri pensieri, le emozioni, forse l’ansia o il senso di vuoto. Una ridotta capacità di mentalizzazione del contesto e dell’altro: l’urgenza primaria non è l’adattamento relazionale, ma il mantenimento della difesa. Parlare ininterrottamente non è relazione, ma evitamento.

Il silenzio, infatti, non è assenza: è spazio. Ed è proprio quello spazio che può fare paura. Nel silenzio emergono domande, emozioni non elaborate, parti di sé che chiedono ascolto. Per alcune persone, il rumore costante è una strategia di sopravvivenza.

Questo episodio ci ricorda che la vera solitudine non è stare senza altri, ma non riuscire a stare con sé stessi. E che forse, imparare ad ascoltare il proprio silenzio è uno dei compiti psicologici più difficili — e più necessari — del nostro tempo. Il silenzio viene vissuto come minaccia. Non come pausa, ma come perdita di continuità dell’esistenza psichica. Da qui l’urgenza di riempire, parlare, fare, produrre stimoli.
La capacità di stare nel silenzio  indica la possibilità di restare in contatto con sé stessi senza ricorrere immediatamente all’azione o al rumore è una competenza psichica che si costruisce nel tempo, attraverso relazioni sufficientemente contenitive.In assenza di tale capacità, il rumore diventa una forma di autoterapia fallimentare: protegge nel breve termine, ma di fatto impedisce l’ascolto profondo e il contatto autentico con l’altro e con sé.

I contenuti del sito hanno scopo informativo e non sostituiscono la consulenza psicologica o psicoterapeutica.

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